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UN VOTO A SANT’ATANASIO PORTATO A BUON FINE IL DUE DI MAGGIO Janarj i bërj vutë shën thanasitë

Posted on 05 aprile 2025 by admin

Sergente

NAPOLI (di Atanasio Pizzi Architetto Basile) – Gennaro raccontava spesso, ai suoi familiari riuniti, nelle gelide serate d’inverno, quando ad illuminare era il fuoco di quel camino antico di casa, che guardava la piega della via detta “lljëmë llëtirjtë”.

Era qui che al calar del sole, lui riuniva i suoi figli, per raccontare il patire, lungo la via del ritorno a seguito del disarmo dell’esercito Italiano, finite le ostilità il settembre 1943, della seconda guerra mondiale.

Egli raccontava che, dopo aver parcheggiare il camion officina, nel cortile della caserma a Riva di Trento, gli venne ordinato di recarsi nella camerata, ritirare il tascapane, gli effetti personali e, poi un ufficiale preposto gli fece consegnare il percussore del fucile in dotazione, la baionetta e, in fine di tornare a casa, perché i servigi verso la patria erano terminati.

All’inizio grandi grida di gioia con i commilitoni e, subito dopo si rese conto che casa sua distava oltre mille chilometri e, dalla parte opposta della penisola Italina.

E non nella comoda direzione Est-Ovest; ma secondo quella più impervia e colma di pericoli, Nord-Sud, che pur se abituato a percorrere distanza da giovane con il suo gregge quella era una distanza inimmaginabile e doveva svolgersi senza lamenti o belati di genere alcuno.

In tutto, un percorso intriso di pericoli, in quanto, andare controcorrente alle truppe tedesche che ripiegavano devastando ogni cosa e imprigionando ogni figura che non avesse effigi germaniche, in altre parole sarebbe stata tratta non semplice da percorrere.

Infatti in quella verde vallata dove erano terminati i doveri di soldato e servitore della patria, rimaneva un solo ed unico alleato: il pensiero Sant’Atanasio il Grande Patrono e di Adelina la sua amata moglie; fu per questo che fece voto di rientrare in paese entro e non oltre il due di maggio, per onorare il santo e abbracciare moglie e figlia.

Stava sbocciando dopo un lungo inverno, quel voto antico di tornare a casa e festeggiare con la sua amata il mito protettore; un fine antico sempre perseguito ma mai, in questa esagerata misura, con le uniche forze, fisiche, mentali sostenute dalla credenza bizantina.

Gennaro raccontava che dopo aver salutato i commilitoni, e presa la via solitaria, onde evitare di apparire come gruppi antagonisti alle eventuali truppe tedesche in pericolosa ritirata, ogni commilitone prese la via di casa propria rimanendo comunque a debita distanza.

Sapeva di non dover seguire strade carrabili, porti e ferrovie, in quanto, la campagna, i boschi e i corsi fluviali erano gli unici alleati, di cui fidarsi e, quante chine e quante discese, dovette percorrere seguendo torrenti e campi senza semina, sempre vigile ed attento dovette attraversare con occhi e orecchie allertate.

Si cibava di cose naturali, assieme alle poche cose, che ogni tanto, gli donava contadini che cercavano di rigenerare, gli scenari di semina dismessi dalla guerra che avevano voluto altri e lui si portava in spalla quel peso di dovere.

Pastori, contadini, mugnai e manovali che svolgevano attività, nel vederlo come figlio che tornava a casa, dividevano volentieri con lui le poche cose del pranzo e, lui per ricambiare, avevo solo il racconto della sua storia e la meta a cui ambiva.

Nell’esporre il suo entusiasmo per il ritorno, non ricordava a quanti aveva detto di essere un Sofiota e quali ideali lo sostenevano; poi giungeva il momento di riprendere l’orizzonte ancora soleggiato e in solitaria meta.

Giunto in Campania era ancora incredulo e quanti incontrava, dicevano che forse non avrebbe mai potuto portare a termine l’audace impegno, perché era stanco e forse non sarebbe giunto il due di maggio.

Cosa lo spingesse ad andare avanti era la memoria di quel sagrato, quella chiesa e la famiglia, che aveva promesso di sostenere dal 9 ottobre del 1937 e, i visi fiduciosi di quanti incontrava, come in una gara podistica facevano il tifo per lui, non avendo altro da offrirgli, se non le poche cose per cibarsi.

Tuttavia, la sua rimaneva, una gara contro un invasore che contro corrente, avrebbe potuto portarlo con se in un loco più distante e concentralo a termine.

Tutte le persone che incrociava ritenevano che la distanza fosse eccessiva e trovare un passaggio era pericoloso, in quanto avrebbe potuto mettere fine al suo voto, quindi, ogni volta gambe in spalla fino che la luce del sole lo accompagnava.

Lungo la strada immaginava di risalire dalla chiesa vecchia, via Castriota e arrivare in piazza Sant’Attanasio, nel momento in cui le campane a festa annunciavano l’uscita del Santo; poi gli amici, i parenti come lo avrebbero accolto, chissà se nella processione ci sarebbero state la moglie Adelina con in braccio la figlia Francesca o come promesso, era in casa ad attendere il suo ritorno.

Questo e tanti altri erano i pensieri che lo accompagnavano, e intanto chilometro dopo chilometro la meta era sempre più vicina.

Era iniziata la terza decade di aprile e iniziate già le novene, quando si trovò ad affrontare la piana del Sele e, se le forze lo avessero sostenuto così come, nelle settimane passate, l’impresa sarebbe stata possibile.

Intanto continuava a cibarsi di ogni cosa che la primavera offriva, la meta diventava sempre più prossima e sempre più familiari, erano gli scenari naturali.

Intanto continuava ad evitare centri abitati, così come fece da diversi mesi, preferendo le gole e boschi impervi e deserti, riposando in grotte e anfratti naturali.

Preferiva seguire percorsi impervi per evitare di incontrare le retroguardie tedesche o le avanguardie parigiane e comunque senza mai fidarsi di alcuna divisa o gruppi armati.

E finalmente l’ultima settimana di aprile, vedendo valicando gli scenari del dolce dorme e intravede il luccichio del suo paese natio dove lo attendevano le cose di credenza materiali e non, le stesse mire di memoria che lo avevano sostenuto.

Solo adesso ebbe modo di concedersi una pausa di riposo per presentarsi degnamente da soldato al raggiungimento dei suoi cari e dei suoi paesani.

Attraversato il Crati vicino il cimitero di Tarsia e raggiunti, i luoghi della giovinezza, dove portava le pecore a pascolare, la china che avevo percorso tante volte la conosceva bene e, lo fece sentire a casa, conoscevo ogni zolla e ogni anfratto di quegli ameni luoghi, per mesi immaginati.

Quell’anno il due del mese di maggio cadeva di martedì e quando, Adelina si senti Chiamare da suo zio Giuseppe, mentre iniziavano i primi rintocchi delle campane a festa, nulla di più intonato e desiderato per lei il sentire le parole che gli diceva: Adollì, ezë ndë quishë, se u mbioshë Janari!

 P.S. Gli attori primi di questa storia di devozione antica, sono: Gennaro Pizzi padre, Adelina Basile madre e il Santo che sostenne e diede agio agli avvenimenti di questa casa senza termine: Atanasio.

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