NAPOLI (di Atanasio Basile Pizzi) – Per giustificare il non essere uguale agli altri e poter entrare di diritto, nella lista della legge 482 del 1999, si è voluto dare un titolo a una delle minoranze storiche Italiane, assegnando per questo l’identificativo: Gjitonia Arbëreshë.
Da allora in avanti senza indagini mirate, in forma storica, linguistica, sociale, architettonica o urbanistica, fu allestito un volgare e improprio mercato di enunciati, tra i più gratuiti, incauti e incoerenti che la storia dei popoli Europei possa vantare.
Comunemente tradotta come vicinato, è stata perennemente associata a manufatti di falegnameria, architettura, urbanistica e ogni sorta di apparato senza spazio, senta tempo e senza uomini, che nel contempo conteneva, arbëreshë, in poche parole il tutto di un nulla.
Tra le più inopportune ricordiamo: Gjitonia una parte del paese; Gjitonia come il vicinato; Gjitonia il luogo del criscito; Gjitonia prima del parente; Gjitonia il trittico architettonico; Gjitonia il rione; Gjitonia il quartiere; Gjitonia le porte prospicienti una piazzetta o una strada oltre a un innumerevole quantità di temi di concetti copiati e riportati male, al fine di colpire l’immaginario collettivo, ancora senza pace.
Non ultimo quello di riportare il concetto di vicinato estrapolato per la vergogna sociale che avvolgeva i sassi di Matera, quando le genti di quei luoghi, vivevano ancora nelle caverne agli inizi degli anni cinquanta del secolo scorso.
In altre parole il teorema del vicinato mediterraneo, rielaborato in forma arbëreshë, da quanti della minoranza non sapevano di lingua, di consuetudini o possedere almeno rudimenti di storia moderna.
Che la gjitonia sia un applicativo sociale tra i più raffinati del mediterraneo è una cosa, cercare di associarla volgarmente ad aspetti di natura materiale o immateriale di altre popolazioni, è un errore che denota, il poco rispetto verso gli uomini e la storia della minoranza arbëreshë.
Quando per un arbëreshë la si nomina, gjitonia risveglia concetti antichi, la cui misura non ha una dimensione, una metrica possibile, essa insinua le sue radici nel protocollo Kanuniano, che sino al 1936 non era ancora stato scritto e per questo solo chi era arbëreshë poteva conoscere.
In altre parole, i principi etici, prescrizioni legali presenti ancor prima dal medioevo nelle terre dei Balcani, la cui compilazione scritta è tradizionalmente attribuita a Lekë Dukagjini; si tratta di precetti tradizionali divenuti i principi della vita sociale, una vera e propria legge civile.
Si potrebbe definire, lavoro di sgrossamento intellettuale per il beneficio della comunità, tramandato soprattutto in forma orale, formando per questo la base della regola sociale, giuridica e commerciale, in quelle zone impervie dove a fatica penetravano i poteri statali o imposti da stranieri.
Da ciò si deduce che quando gli arbëreshë approdarono nelle terre del regno di Napoli, una volta intercettati i luoghi per la dimora, secondo disposizioni e agevolazioni regie, furono lasciati ad organizzare spazi e luoghi secondo le proprie consuetudini e adempimenti sociali.
Non vi è dubbio alcuno che l’elemento pulsante che si allargava e si restringeva ciclicamente era il gruppo familiare allargato secondo le disposizioni del Kanun.
La famiglia allargata, formata da padre, madre i figli, le proprie compagne/compagni e le rispettive proli, un gruppo che non minore di una dozzina di addetti tra maschi e femmine, ognuno dei quali e delle quali , erano affidati specifici ruoli.
Il gruppo nel tempo quando cresceva, sino a poco più di venti unità, si sdoppiava e creava un nuovo gruppo in prossimità .
Il modus operandi andò sempre più progredendo e integrandosi nelle attività sociali in continua evoluzione, specie seguendo i processi economici e sociali delle nuove epoche, da ciò il modello di famiglia allargata dovette cedere il passo al modello di famiglia urbana.
È proprio questa famiglia che dal XVII secolo diventa il modello sostenibile, vera e propria resilienza dei legami familiari allargati di un tempo.
Passaggio epocale da gruppo familiare coeso, si assiste allo sgretolasi in forma numerica dei componenti che non è più numeroso, come un tempo per rispondere la sostenibilità economica vissuta, ma si restringe e costruisce i propri spazi privati.
Quando la famiglia da gruppo allargato diventa gruppo sociale urbano non più isolato come ai tempi del Kanun, va alla ricerca dell’antico ceppo familiare e l’elemento che garantisca il riconoscimento di quegli antiche legami.
Notoriamente intercettato nelle armonia condivise dei cinque sensi ed è qui che si avverte il senso di Gjitonia tatto, odori, sapori, suoni, e forme senza un confine circoscritto, condiviso, come quando la famiglia allargata, aumentava per poi stringersi e riconfigurarsi in se stessi.
A tal proposito trova ragione l’enunciato: la Gjitonia dove vedo e dove sento; inteso come, il luogo della ricerca degli antiche legami familiari ai tempi della migrazione, a patto, che si avverta la sinfonia dei cinque sensi condivisi.