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CULIECET NDE PASCH

Posted on 04 aprile 2012 by admin

NAPOLI ( di Atanasio Pizzi) – Dei riti che accompagnano l’etnia arbëreshë nel corso dell’anno solare, quello della Pasqua è anticipato da un singolare consuetudine: accumulare selezionando un rilevante quantitativo di uova.

Il rito ha inizio ad opera delle domme, intente a raccogliere in una cesta di vimini, riposta su uno dei due bauli di casa e di giorno in giorno depositarvi uova che le  galline di casa giornalmente depositavano;  il cesto poi sarebbe stato colmo quando, la Pasqua era  alle porte.

Gli eventi che potevano rallentare tale consuetudine  era l’efficienza organizzativa del pollaio di casa in specie se  Poliàtë mu bhën Closh” e questo diventava un problema, risolvibile, solo con l’abbondanza dei cesti delle vicine.

Le uova, segno fondamentale della Pasqua, sono l’ingrediente primario per realizzare i manufatti dolciari, che diverranno l’emblema sulle tavole degli arbëreshë.

Il rito, per la produzione degli ornamentali e articolati manufatti Pasquali, aveva inizio con la setacciatura della farina per poi produrre, con gesti e ritualità autoctone, l’impasto che prima dell’alba, doveva essere posto a lievitare, così durante tutto l’arco della mattina la preziosa amalgama avrebbe avuto il tempo per ottimizzarsi senza particolari espedienti.

Uova, Farina, Olio, Latte, Acqua, Sale, Lievito naturale, una volta impastati veniva sapientemente avvolta nelle calde coperte di lana, Mandieth.

Il prodotto così ottenuto avrebbe fornito, attraverso la gestualità delle operose donne arbëreshë la materia prima per realizzare i culiaci.

Prevalentemente di forma circolare con incastonate da una a tre uova sulla corona superiore; essa venivano assemblata intrecciando due cordoni di pasta, questi realizzata la forma di base era cinti da un cordone più piccolo lungo tutto il perimetro più estremo e circolare.

Le uova venivano incastonate praticando una lieve pressione sulla corona superiore e poi solidarizzate con due cordoncini posizionati a modo di croce sulla superficie libera dell’uovo.

Il numero delle uova simboleggiava le gerarchie all’interno della famiglia, i cugliaci per i componenti ancora minorenni avevano forma diversa e assumeva la forma di un bambino in fasce, da cui il nome, diagli, ottenuto intrecciando ad arco un cordone di pasta, e incastonando un uovo un nel lato superiore, il tutto cinto sempre da un cordone che lasciava libero la parte inferiore del perimetro, quello opposto all’uovo.

Entrambi i prodotti prima di essere infornati venivano passati lungo la superficie con il bianco d’uovo che, a fine cottura, li rendeva di un colore d’orato.

Tutti i componenti del nucleo dovevano avere il proprio cugliaccio o diagli, in oltre i figli dei gjitoni più intimi e in particolare, che vivevano in quella ricorrenza l’anno di lutto, riceveva in dono l’ambito dolce pasquale dai vicini.

I giorni che anticipavano la Domenica delle Palme erano di grande fermento per le Ghitone, nella zona alta di Santa Sofia d’Epiro, un punto nevralgico diventava Scesci Passionatit, la piccola abitazione di famiglia era stata adibita da Ndricula Adolin a servizio rustico annesso alla propria abitazione e si utilizzava il vecchio forno per cuocere dolci pasquali per la famiglia propria e quelle del vicinato.

Gestualità e tempi sincronizzati, che le migliori industrie dolciarie avrebbero invidiato, realizzavano, gli adeguati comodi dolciari, di ogni nucleo familiare per il rito della Santa Pasqua, e la piccola dimora arbëreshë, senza soluzione di continuità, diventava la meta di tante ndricule per l’infornata.

Questo andare e vieni, per la cottura, diventava anche opportunità per consolidare amicizie, oltre a realizzare scambi, pianificare le attività future e addirittura organizzare matrimonio.

C’era una voce che correva in paese e raccoglieva i sorrisi ironici di molti adepti: secondo cui quella piccola dimora di via Ascensione 24, negli interstizi delle sue vecchie mura, conservare i riverberi della storia del secolo appena trascorso di Santa Sofia, raccontati durante i tempi morti della produzione dolciaria.

Questa è la Pasqua dei paesi albanofoni, momento di unione senza prevaricazioni di sorta; una delle opportunità ancora vive degli antichi contesti della famiglia di tipo allargata, fenomeno sociale tipico, linfa e forza indelebile degli arbëreshë.

Scesci Passionatit, come altri punti di socializzazione all’interno del paese, in questa ricorrenza raggiungeva l’apice di quel antico sodalizio, in cui ogni componente esegue la menzioni più idonee, consapevole di fornire l’idonea energia per comuni intenti.

 

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