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PARABOLA RELIGIOSA E LA SUA CENTENARIA DERIVA

PARABOLA RELIGIOSA E LA SUA CENTENARIA DERIVA

Posted on 14 febbraio 2019 by admin

PARABOLA RELIGIOSA E LA SUA CENTENARIA DERIVANAPOLI (Di Atanasio  Basile Pizzi) – Quando il buon pastore latino fu nominato frettolosamente greco, nel 1876, molti immaginavano potesse porre rimedio alla pericolosa deriva innescata sui territori Sanseverinensi e limitrofi.

I recinti dove si credeva, pascolassero pecore per addomesticare antiche terre, erano invece diventati teatro di prevaricazione latina o zona franca per intenti di una fratellanza impossibile.

Il saggio pastore doveva dare seguito al progetto antico che ostinatamente, mirava ad assoggettare l’oriente all’occidente, auspicando di coinvolgere i pastori ortodossi nella struttura piramidale latina.

Gli esuli pastori con i loro greggi, hanno tenuto testa ai turchi per non essere piegati in terra natia e poi quando la sopportazione aveva superato i limiti preferirono insediarsi in ambiti paralleli per allevare identiche radici; tuttavia e nonostante tutto dopo sei secoli, sono stati raggiunti da alias e messaggi subliminali turchi, in ultimo da alcuni decenni, non è stata una buona cosa veder scorrere al nostro fianco l’identica sopraffazione che li costrinse alle pene dell’esilio.

In Puglia, Campania, Basilicata e Calabria le vicende relative, all’identità divina e terrena, sono state sottoposte a simili vicende; prima lasciati ai loro riti; in seguito sottomessi a quelli latini ritenuti meno blasfemi, (vedi la storia dei paesi del Vulture, del Tarantini, del Beneventano/Avellinese e Cosentino sanmarchese, solo per citarne alcune; ma comunque mai lasciati liberi di esprimere i loro valori originari.

Tuttavia chi riesce a uscire indenne allo sterminio dei gregge è l’alta Calabria ionica, che per atti stipulati anticamente non si è potuto rimaneggiare al volere latino.

Ma come si sule dire, l’occasione non va combattuta ma utilizzata per i piropi fini, ed ecco che dal settecento un’annosa piaga fu utilizzata intelligentemente secondo i riti di una crociata mai dismessa; la chiamarono una porta aperta rivolta all’oriente ostinato.

La porta doveva servire ad allargare le basi della piramide per avvicinarsi  di più al cielo,omettendo di precisare che al vertice  avrebbe preso posto il sacro romano.

Chiaramente realizzare un’istituzione religiosa cosi distante da Roma era un rischio che doveva essere opportunamente arginato; ragion per cui, ad allevare e formare i nuovi pastori era l’istituzione corsina, ma la nomina era di pertinenza “terza” fuori le mura di quel complesso.

Il pastore verificatore doveva confermare la genuinità di matrice romana, vestita di ornamenti orientale; false vesti, pericolose bolle di un caseario romano.

Una parabola formativa che fu interrotta quando l’istituto, preso d’assalto dalle frange civili, venne indirizzato per formare e istruire il popolo citeriore secondo la visione  dell’unita italiana, per cui per oltre cinque decenni, invece di pastori di dubbia capacità per le stesse istituzioni che li formavano, si formarono brillanti menti, che resero quella regione modello di intelligenza..

Terminata la parabola politico culturale, riprese l’infinita crociata di avvicinamento dei pastori romani con quelli greci.

Per dare ancora più linfa al progetto fu incaricata un saggia del luogo, egli conosceva tutti i risvolti e le pieghe che avevano subito quelle mura di indirizzamento; il pastore latino/greco, dopo aver stilato due rapporti dettagliati, il primo per lo stato laico ed il secondo per quello clericale, forni gli elementi indispensabili, che studiati attentamente per oltre tre decenni, consentirono di realizzare la scissione in tre segmenti, dello storico monumento di formazione.

Il tempo intanto scorreva imperterrito, senza nessun miglioramento di indirizzamento pastorale degli ambiti sottoposti alla guida dei nuovi pastori, solo dopo cinque decenni, un papa accompagnato in pellegrinaggio da un saggio Ullanese diede un nuovo impulso alla parabola pastorale nel 1963.

E nel mentre nei territori citeriori, si produceva un vortice crescente che disorientava vecchie e nuove generazioni, l’Ullanese per la sua capacità di lettura  portava avanti un lavoro raffinato di tessitura che oggi viene considerato come l’unico  e solo manufatto in lana orientali ed occidentali portato a buon fine.

La stessa tela che qui nella Calabria Sanseverinense, non essendo stata compresa, è disfatta giorno per giorno; a questo punto è spontaneo chiedersi: è valsa la pena fare parte di quel gregge di esausti esuli, se i loro preziosi filamenti si vendono per poco più di trentatré danari e senza rispetto di chi detiene la la formula della materia prima.

pochi minuti prima che iniziasse 2019-02-14

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Ai Sindaci della “Regione storica Arbëreshë” 	di Abruzzo, Calabria, Campania, Lucania Molise, Puglia e Sicilia

Ai Sindaci della “Regione storica Arbëreshë” di Abruzzo, Calabria, Campania, Lucania Molise, Puglia e Sicilia

Posted on 28 gennaio 2019 by admin

BELLEROFONTE DIFENDE LA REGIONE STOEICA DALLE ANGHERIE DI CHIMERAeNAPOLI (di Atanasio Pizzi) –                                                      

Ai Sindaci della “Regione storica Arbëreshë”

di

               Abruzzo, Calabria, Campania, Lucania Molise, Puglia e Sicilia

                                                                                                                      

 

Oggetto: 2019 La Regione storica Arbëreshë, attuazione della mutua tutela sociale, storica, culturale e dell’idioma.

 

L’esigenza di dover tutelare urgentemente, la storia e sostenitore l’eccellenze della regione storica in oggetto mi porta a scrivere questa mia, avendo lucidamente chiaro quanto hanno lasciato d’indefinito le manifestazioni e gli incontri culturali che da tempo sono posti in essere, per la valorizzazione, la tutela e il rilancio della Regione storica Arbëreshë.

Ostinarsi a tutt’oggi nel consorziarsi per valorizzare riconosciuti e palesi errori storici, linguistici, consuetudinari e religiosi, non aiutano la vostro opera di Amministratori, che poi rappresenta un frammento che si aggiunge alla storia dei Katundi  e degli Arbëreshë

Volendo solo precisare l’errato appellativo ovvero, arberia, che non trova alcuna logica o  senso, urge una presa di posizione forte, ferma e decisa per evitare che il patrimonio storico culturale di cui sono ancora intrisi i vostri comuni (Kushetë), vada definitivamente perso.

L’anno appena trascorso ha visto protagonista Giorgio Castriota, il Grande condottiero e bandiera Albanese, manifestazioni genericamente di profilo discutibile e senza alcun senso storico, un dato valga per tutti, la poca conoscenza degli avvenimenti oltre agli aspetti caratteriali, sociali ed educativi del valoroso arbëreshë; segno indelebile che denotata la leggerezza con cui il famoso condottiero viene appellato con l’alias “Scanderbeg”  İskender Beğ  pronuncia  turco-ottomano del nome con cui fu battezzato, secondo il rito turco, all’età di sette anni dopo la rituale circoncisione.

Ebbene, noi che siamo arbëreshë e per colpa dei turchi abbiamo dovuto abbandonare le terre natie, dopo sei secoli di patimenti ricordare il valoroso condottiero, secondo i messaggi subliminali di essenza turca, mi sembra paradossale e fuori da ogni logica di rispetto e buon senso.

Se alla base dei prodotti editoriali, di ricerca, divulgazione e appuntamenti pubblici, passano questi messaggi in maniera gratuita, anzi, innalzati con le somme della legge 482 del 1999, immaginate nel sottobosco delle piccole figure locali, cosa possa scorrere senza regola, garbo e rispetto del patrimonio, oltre al rispetto per i dei patimenti dei nostri avi, gli uomini migliori della Regione storica Arbëreshë.

Alla luce dell’inesorabile deriva innescata per la scarsa professionalità e titolarità di ricerca (ui quanto negli ultimi tempi l’arte dell’apparire ha preso il sopravvento) vi esorto a riunirvi, Voi Sindaci in Consorzio Culturale, sotto la sigla (S.H.Ë.P.I.T.) “Sindaci HarbËr per la Promozione degli Itinerari Territoriali” e tenere alta l’attenzione verso il territorio e le genti arbëreshë che vi risiedono, in tutto valorizzare il Genius Loci; l’unica alternativa allo spopolamento diffuso, che vivono tutti i territori  meridione del pianeta.

Nell’attesa

Vi Saluto      

Napoli 2019-10-28

 

P.S.

Le procedure per le caratterizzazioni utili alla difesa della Regione Storica Arbëreshë saranno eventualmente discusse, a seguito di un gradito Incontro di Approfondimento.

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SETTE NOVEMBRE 1875, UN VESCOVO SOFIOTA, CHIUDE LA SPOGLIAZIONE DEL COLLEGIO DEL NILO; SETTE NOVEMBRE 2018 LA REGIONE STORICA ARBERESHE ANNOTA LA DERIVA RAGGIUNTA

Protetto: SETTE NOVEMBRE 1875, UN VESCOVO SOFIOTA, CHIUDE LA SPOGLIAZIONE DEL COLLEGIO DEL NILO; SETTE NOVEMBRE 2018 LA REGIONE STORICA ARBERESHE ANNOTA LA DERIVA RAGGIUNTA

Posted on 10 novembre 2018 by admin

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IL PRESIDENTE MATTARELLA  IN VISITA  A SAN DEMETRIO CORONE

IL PRESIDENTE MATTARELLA IN VISITA A SAN DEMETRIO CORONE

Posted on 15 ottobre 2018 by admin

ix SAN DEMETRIO CORONE  (di Adriano Mazziotti) – E’ un evento storico quello che il centro arbëresh si prepara a vivere il 7 novembre prossimo.

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella giungerà in visita ufficiale a S. Demetrio Corone (CS) su invito della Amministrazione comunale, in occasione del 550° anniversario della morte di Giorgio Castriota “Skanderbeg” (1404-1468), principe, condottiero, patriota albanese e difensore della cristianità.

 Da almeno un paio di settimane, la voce dell’arrivo della carica più alta dello Stato  circolava con incredulità in paese, ma solo venerdì mattina ogni dubbio è stato cancellato. Due giorni fa, infatti, è iniziata la pianificazione logistica prevista dal programma messo a punto per la visita del capo dello Stato e del suo entourage. Un elicottero del cerimoniale del Quirinale ha sorvolato l’area attigua al complesso del Sant’Adriano, dove la mattina del 7 il presidente Mattarella dall’aeroporto di Lamezia in elicottero giungerà a S. Demetrio Corone per  presenziare la ricorrenza dell’anniversario nel Collegio italo-albanese di Sant’ Adriano.

Alle operazioni di pianificazione hanno preso parte il prefetto di Cosenza, Paola Galeone,  il colonello  Piero Sutera del Comando provinciale dei carabinieri e altri vertici militari, della Guardia di  Finanza, della Protezione Civile, dirigenti della Regione e della Provincia.

A S. Demetrio Corone  Mattarella incontrerà il suo omologo Ilir Meta, presidente della Repubblica di Albania.

“Il presidente Meta ha voluto celebrare l’evento insieme al presidente Mattarella in Italia in una comunità arbëreshe per sancire il legame che esiste tra i due popoli – fa sapere il sindaco Salvatore Lamirata – mentre la scelta del Collegio  è motivata dal ruolo che l’Istituto ha svolto per il Risorgimento Italiano e per il Risorgimento Albanese”.

Per il centro arbëresh, la visita del presidente Mattarella sarà un evento storico e di rilevanza internazionale, essendo la prima volta che un presidente della Repubblica  italiana vi mette piede, e contemporaneamente a un capo di Stato straniero. Un evento fuori dall’ordinario.

Il presidente Meta, invece, non è il primo capo di Stato del Paese delle aquile in visita ufficiale a S. Demetrio Corone.

  Prima di lui, nell’ottobre 1995, con grande accoglienza e partecipazione popolare fu la volta di Sali Berisha, poi di Alfred Moisiu nell’aprile 2003, mentre la terza visita di un  presidente shqipetaro fu quella di Bujar Nishani nell’aprile 2015.

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ALLERTA GIALLO; LA REGIONE STORICA LO HA VISSUTO ANCHE IN ROSSO.

ALLERTA GIALLO; LA REGIONE STORICA LO HA VISSUTO ANCHE IN ROSSO.

Posted on 26 agosto 2018 by admin

Napoli (di Atanasio Pizzi) – A Civita, lunedì venti agosto una tragedia, ha scosso l’animo di tutta la regione storica ambientale Arbëreshë e l’Italia intera.

Sono morte dieci persone e un numero ancor maggiore è ricorso a cure mediche di emergenza vitale; la responsabilità è presumibilmente attribuibile al non aver compreso cosa il saggio del paese, seduto sulla solita panchina in piazza, ripete agli ospiti in lingua arbëreshë.

Letteralmente tradotto, enuncia quanto segue: “una volta che ha piovuto nel territorio di Civita, è il caso di addentrarsi lungo le gole del diavolo, solo dopo tre giorni di sole e senza alcun tipo di precipitazione specie verso monte”.

Una sorta di manuale orale/storico per l’uso delle gole del Raganello; così come tutti i manuali d’arbëria, giacché, fanno parte della saggezza popolare, unico codice caratterizzante i modi d’uso di regione.

Un dispiacere immane ha colpito le famiglie delle povere vittime, lasciando nello sconcerto ognuno di noi arbëreshë che conosciamo bene la storia del territorio, degli uomini, in tutto, il parallelismo ambientale vissuto dal genius loci arbëreshë dopo la diaspora.

A seguito del tragico accadimento, la danza delle responsabilità ha avuto inizio e alcuni immaginando che bastasse brandire “vessilli multimediali colorati”, avrebbe alleviato i dolori altrui e le lacrime di dolore non avrebbero solcato i dintorni di Civita; a questo punto non è prevalso neanche il buon senso antico, su quando si riferiva, dell’unicità del sito, la sua forma e persino sfoggiando sapere con manualità equatoriale.

L’atteggiamento riporta la mente ad altre tragedie di vite violentate e consuetudini interrotte, per una cattiva gestione idraulica/idrogeologica del territorio di regione arbëreshë; allo stato degli avvenimenti odierni appare a dir poco irriverente verso quanti hanno vissuto la tragedia e vivono oggi quest’ultima; la mala gestione appartiene sempre a chi e di fronte a noi, gli stessi che dovrebbero fare fatti e non inviare messaggi generici a una regione che, pur se studiata da secoli, non trova una una regola di equilibrio territoriale.

Sono proprio le persone atte a fare prevenzione che sono mancate, lievitando da non so dove dopo il triste e sconcertante avvenimento con il loro bagaglio di  saggezza.

Se si usa una scatola di colori per fare prevenzione, ad essa deve corrispondere una scala di comportamenti, unica e inscindibile, riferita ad ogni comune Italiano, generalizzare con i colori in un territorio come quello della penisola, per usare un eufemismo, potremmo associala a dei bambini dell’asilo quando giocano a disegnare il sole con il giallo, le pecore di marrone e le case con sembianze antropomorfe nere, bianche e rosse.

chi non ha fatto questo emergei  da altre dolorose vicende, per le quali si è smarrita l’affidabilità, di valutazione, attraverso i comunicati di colore e non sono riusciti a dare credibilità ai loro enunciati, ne il giorno previsto, ne in quello seguente e ne dopo oltre quindici anni dalla emanata previsione, la stessa che oggi invece di essere evitata si è tentato di annotare/annunciare.

Civita è stata segnata da un’immane tragedia, molto più profonda del solco del Raganello (alto mille metri e largo quattro a forma di mani parallele convergenti), cui lo stato e le istituzioni preposte devono dare solide risposta per i parenti delle ignari vittime.

Il fine che si deve perseguire deve mirare a strategie che non conducano a eventi di questa gravità; tuttavia nessuno si deve innalzare dal coro, per infangare nessuno o mettendo in dubbio le attività altrui  , la credibilità gli esperti di settore, o presunti tali, la devono conquista con la prevenzione con fatti concreti e materiali, non millantando valori satellitari diffusi, gli alchimisti del duemila hanno fatto il loro tempo, a questi è bene ricordare che numerosi malcapitati vivono a tutt’oggi, un’agonia che è peggiore della morte, dura da decenni e attende la redenzione dei devoti satellitari.

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HAI MAI VISTO O SENTITO COSE DI QUESTO TIPO

HAI MAI VISTO O SENTITO COSE DI QUESTO TIPO

Posted on 12 agosto 2018 by admin

la-storia-secondo-la-disposizione-delle-pietre-arbereshe

NAPOLI (di Atanasio Pizzi) –  Dopo la fioritura primaverile dei tulipani, le danze del ventre e dei busti nella longobardica calabrese, la sposa a cavallo di mulo, le borse griffate associate alle stolje in terra madre, lo ignorare il significato tra Giorgio il Grande e alessandro il grande, i messali in rumeno, le sonate gjamaj-cane e la ricerca delle tipiche disposizioni circolari del vicinato arbëreshë, è stato deciso di verificare, lo stato del cono mentale e visivo nelle macroaree più vivaci.

Sono innumerevoli i cartelloni che riassumono attività di promozione della Regione storico/ambientale Arbëreshë, attraverso progetti Gjitonia” quali: manifestazioni, divulgazioni librarie mirate, iniziative di accoglienza,  canti e balli fuori da ogni regola, nomine bizzarre oltre a ogni espediente suggerito dall’ambulante di turno al mercato e nell’ora di punta.

Verificare la metrica con cui tali disposizioni sono immaginate, innalzate e prodotte, quali istinto li genera e quanti segni lasciano indelebili per un adeguato ritorno economico sul territorio, non è dato a sapersi e ne con il tempo portano migliorie economiche, di tutela, per non entrare in argomento istituzionale dei Katundi verso la prevenzione  sismica o del dissesto idrogeologico.

Visto e siccome ciò non viene considerata una priorità, con questo scritto si vuole indagare per comprendere lo stato in cui versano gli agglomerati disposti dall’alto jonio cosentino seguendo la via del Pollino, l’Appennino calabrese, sino alle montuosità che degradano verso il Tirreno, per poi ritornare sulle pendici della Sila Greca lungo la linea dell’infinito calabrese; una ricognizione, alla ricerca di elementi tangibili e intangibili dei luoghi attraversati addomesticati e costruiti sia dai laici e sia dai clericali arbëreshë.

Sicuramente produrre un evento che vuole rilanciare prodotti tipici o la cucina della Regione storico/ambientale Arbëreshë, senza prima, creare un momento di confronto e di rappresentazione, si ritiene che sia inutile o addirittura dannoso al consuetudinario di minoranza, specie se, mentre si consumano pietanze anonime si viene ammagliati dalle danze del ventre e del busto, volto all’indietro, che non fa parte del rigido disciplinare  storico.

Non certo aiuta a comprendere il senso delle nostre origini, lo strimpellare sonorità musicali che notoriamente non sono mai appartenute alla storia degli arbëreshë, a nota di ciò, corre in aiuto il noto critico musicale di Barile, che nell’ottocento a Napoli, nei locali che si disponevano lungo la cortina che oggi è la piazza municipio, faceva un grande sfoggio di questo principio canoro, confrontandosi con Gaetano Donizetti, Gioacchino Rossini e Giuseppe Verdi, che lì si recavano a confrontarsi e ascoltarlo.

Altro dato che sino ad oggi è passato inosservato, camminando lungo le Rhugë (Vicoli) e le Hudë (Strade) gli Sheshi (Piazzette) dei piccoli Katundj (che non sono Borghi) è la facilità con cui sono state violentate pendenze e gli anfratti a favore di un “veicolare dannoso”, quest’ultima scienza inesatta,, ha avuto il sopravvento anche sui famosi “sedili” che storicamente segnavano il territorio e razionalizzavano il senso di appartenenza.

Nelle ristrutturazioni generali e diffuse dei centri storici, hanno il sopravvento aperture di ogni tipo e grado, finestre, balconi, porte e ingressi veicolari, che presuppongono interruzione di un continuo murario di murature in genere realizzate con materiali di spogliatura.

Essi rappresentano i continui murari più pericolosi che l’uomo ha prodotto per una necessità, anzi oserei dire una povertà, economica e mentale, che attenaglia ancora gli stessi ambiti.

Questo dato volge verso il basso il grado di vulnerabilità sismica, ma non solo, se questo lo associamo alla sostituzione di solai in cemento armato e lamie di copertura a cui sono associate le diffusissime travi lamellari, disposte in maniera da offrire il più scenografico aggetto.

Questi elementi che interrompono il continuo murario, “bucature” (finestre, balconi, con relativi aggetti, porte e ingressi di garage), associate alle piastre rigide (solai in cemento armato o travi in ferro e laterizi), a cui coronamento sono allineati in numero rilevante le strutture delle lamie di copertura (travi lamellari) rendono le strutture murarie dell’involucro abitativo fortemente compromesso sotto l’aspetto della flessibilità o rigidità sismica, se non si corre subito ai ripari e senza entrare sin anche nei meriti degli aumenti incontrollati di volumi/quadrature, in caso di evento, naturale o indotto, gli elevati e gli orizzontamenti non saranno in grado di rispondere neanche al valore più basso consentito dalla legge in vigore in merito agli adeguamenti sismici.

In genere in maniera poco intelligente si racconta che: non sia rimasto niente e che a nessuno interessa niente della antiche consuetudini arbëreshë; per certi versi è una premonizione, ma non perche non si seguono le regole di scolarizzazione linguistica, o si insegnano alle giovani leve come e cosa indossare del costume tipico o addirittura che il ballo non è una caratteristica.

La vera ragione sta nel dato, che se si continua a violentare le Kalive, i Katochi e i Palazzi Nobiliari ed ecclesiali, con gli artefici che ho elencato prima, in caso di evento di smottamento naturale o indotto dall’uomo, come in maniera fraudolenta è già avvenuto, nella regione storica, non resterà più nulla e siccome le istituzioni tutte, non hanno alcuna consapevolezza del costruito storico, perché non vincolato, ci ritroveremmo a vivere ambiti algerini, sotto carene rovesciate, tetti piani e inclinati, rifiniti da laminate di ardesia ligure, perché i soggetti attuatori, hanno altro a cui pensare o non conoscono il territorio e la sua storia.

Tutto ciò per parlare degli elevati laici, se dovessimo aprire un discorso per quanto concerne quelli clericali, la questione diventa un labirinto da cui è difficile trovare l’uscita e sfugge da ogni regola o ragionevole controllo.

È inconfutabile che se gli arbëreshë hanno avuto un antagonista imperterrito e instancabile, in terra ritrovata, esso è identificabile nella infinita crociata romana che non ha mai smesso di logorare la corteccia del codice identitario della minoranza.

A tal proposito e bene rievocare che sbarcammo sei secoli or sono pregando in ortodosso, poi ci imposero di guardare verso Roma, ma siccome queste non erano possibile dal meridione, ad alcuni fu chiesto di guardar verso Costantinopoli pregando in latino e non in greco.

A questo punto si è cercato di dare un senso che si guardava si ad est ma pregando in arbëreshë, ora il ciclo era completato, una lingua fedele ai latini in competizione con il grecismi ortodossi; ì intanto vennero a mancare gli istruttori, allora si è deciso di chiedere ai rumeni, che non parlano arbëreshë, ma questo poco importa, tanto l’importante è scimmiottare con il D.N.A. della regione  Jonica  per ammagliare l’ortodossia più estrema.

La crociata deve continuare, tanto gli arbëreshë sono serviti per il comodo del re, per spaventare e per quello del papa, per ammagliare.

Nel frattempo il re è morto, adesso c’è il presidente che è del PD; rimane sempre il papa che continua l’inarrestabile crociata, anche se nel frattempo lo scudiero ha mutato, veste strano, si muove sui tacchi e  parla  pure strano.

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MISERIA E NOBILTA

Protetto: MISERIA E NOBILTA

Posted on 31 maggio 2018 by admin

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LETTERA AD UN AMICO

Protetto: LETTERA AD UN AMICO

Posted on 16 aprile 2018 by admin

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LA FIAMMELLA CHE INDICA LA VIA

LA FIAMMELLA CHE INDICA LA VIA

Posted on 30 gennaio 2018 by admin

LA FIAMMELLA CHE INDICA LA VIANAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Il primo Sabato di febbraio saranno ricordati e onorati i morti per chi crede nei dettami religiosi della  Regione storica Arbëreshe, una consuetudine che affonda le sue radici nel valore che i minoritari assegnano al ricordo dei defunti.

Ogni famiglia da Domenica mantiene acceso la fioca luce a olio;indica alle anime in pena e  trovano la via per tornare, nel luogo dove vissero nella piena armonia dei cinque sensi.

Una tradizione antica, la cui origine è remota; essa parte da un principio che caratterizzava e caratterizza gli Arbanon nel corso della loro storia.

Un appuntamento antico che gli arbëreshë rievocano prima nel privato davanti al camino delle abitazioni e poi tutto il katundë, unito negli ambiti di sepoltura (il sabato a iniziare dalla domenica precedente, la cadenza annuale).

Essa rappresenta la preparazione delle luce che va in cielo, la fine dell’inverno, presto sarà il solstizio, si avvia l’estate e il sole tornerà a illuminare i territori dove indigeni e arbëreshë hanno condiviso dolori e gioie.

La giornata rappresenta, l’appuntamento della rinascita, il momento della fratellanza, fu il Baffi a comprendere lo storico momento della partecipazione condivisa, tra esuli e indigeni, titolandola quale “Vera e Arbëreshëveth”.

La giornata rappresenta il momento cruciale del ricordo dei morti; febbraio è il limite del  nuovo inizio,  il risveglio del territorio, delle genti e dei popoli con ideali e valori diversi, secondo le cadenze importate dalla terra di origine.

Essa potrebbe sembrare una funzione religiosa, ma così non è, in quanto, il ricordo dei morti viene prima di ogni religione, essa non ha forme o ideali da contrapporre tra noi e i nostri cari.

Gli abitanti della Regione storica Arbëreshë, sanno che questo è un momento d’intimità diretta, ci rechiamo in quei luoghi, senza l’ausilio di terze cose, idoli o persone, non esistono spazi, barriere fisiche che possono o devono mascherare il nostro cuore da quello dei nostri cari.

Solo una fiammella e nulla più, essa indica la direzione in una dimensione infinita che avvicina i nostri sensi e quelli dei nostri cari.

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ACCADEVA LA SERA DEL 11 NOVEMBRE DEL 1799 NELLA NOTA PIZZA DI NAPOLI

Protetto: ACCADEVA LA SERA DEL 11 NOVEMBRE DEL 1799 NELLA NOTA PIZZA DI NAPOLI

Posted on 11 novembre 2017 by admin

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