Archive | Architettura

Protetto: GHË KATUND ARBËRESHË (e para pies e ghë çìk)

Posted on 04 luglio 2015 by admin

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Protetto: ANTIQUARI, STORICI O “ASSOCIAZIONE ARTISTICA DEI CULTORI DI ARCHITETTURA MINORE”?

Posted on 17 giugno 2015 by admin

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Protetto: UN TUFFO NEL PASSATO “Shpëtomi Kalivet”

Posted on 08 giugno 2015 by admin

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MENO SIAMO E PIÙ GLORIA AVREMO DA CODIVIDERE

Posted on 23 maggio 2015 by admin

SS Crispino e CrispanoNapoli (di Atanasio Pizzi) – Quando ho iniziato questo percorso di ricerca e valorizzazione d’ambito minoritario, non ho mai preteso o preso in considerazione il dato numerico che avrei avuto in mio favore e devo dire che nonostante il numero dei sostenitori sia molto irrisorio il mio entusiasmo si mantiene sempre costante senza alcuna remora per quanto scrivo e vado divulgando in difesa della minoranza albanofona.

Questa precisazione la voglio inviare a tutti quelli che in maniera sommaria e poco analitica riferiscono sulle mie continue critiche verso la piega che è stata impostata alla consuetudine, gli ambiti urbani e architettonici minoritari.

Il giorno di San Crispino è meglio conosciuto per essere citato da Shakespeare nell’Enrico V,  in particolare il discorso del re ai suoi uomini prima della battaglia di Agincourt, avvenuta il 25 ottobre 1415.

Siccome siamo in pochi a leggere, divulgare e promuovere aspetti che per molti sono irrilevanti o secondari nel vivere quotidiano, voglio dedicare a loro questo dialogo di Shakespeare nell’Enrico V:

Westmoreland:

“I loro combattenti saranno almeno sessantamila”.

Exeter:

“Cinque contro uno e inoltre loro sono tutti freschi… È una lotta impari”.

Westmoreland:

“Oh, se avessimo qui con noi almeno diecimila di quegli inglesi che oggi in patria se ne stanno sfaccendati…”.

Enrico V:

“Chi è mai che desidera questo? Mio cugino Westmoreland? No, mio caro cugino.

Se è destino che si muoia, siamo già in numero più che sufficiente; e se viviamo, meno siamo e più grande sarà la nostra parte di gloria.

In nome di Dio, ti prego, non desiderare un solo uomo di più.

Anzi, fai pure proclamare a tutto l’esercito che chi non si sente l’animo di battersi oggi, se ne vada a casa: gli daremo il lasciapassare e gli metteremo anche in borsa i denari per il viaggio.

Non vorremmo morire in compagnia di alcuno che temesse di esserci compagno nella morte.

Oggi è la festa dei Santi Crispino e Crispiano; colui che sopravviverà quest’oggi e tornerà a casa, si leverà sulle punte sentendo nominare questo giorno, e si farà più alto, al nome di Crispiano.

Chi vivrà questa giornata e arriverà alla vecchiaia, ogni anno alla vigilia festeggerà dicendo: “Domani è San Crispino”; poi farà vedere a tutti le sue cicatrici, e dirà: “Queste ferite le ho ricevute il giorno di San Crispino”.

Da vecchi si dimentica, e come gli altri, egli dimenticherà tutto il resto, ma ricorderà con grande fierezza le gesta di quel giorno. Allora i nostri nomi, a lui familiari come parole domestiche – Enrico il re, Bedford ed Exeter, Warwick e Talbot, Salisbury e Gloucester – saranno nei suoi brindisi rammentati e rivivranno questa storia.

Ogni brav’uomo racconterà al figlio, e il giorno di Crispino e Crispiano non passerà mai, da quest’oggi, fino alla fine del mondo, senza che noi in esso non saremo menzionati; noi pochi. Noi felici, pochi.

Noi manipolo di fratelli: poiché chi oggi verserà il suo sangue con me sarà mio fratello, e per quanto umile la sua condizione, sarà da questo giorno elevata, e tanti  gentiluomini ora a letto in patria si sentiranno maledetti per non essersi trovati oggi qui, e menomati nella loro virilità sentendo parlare chi ha combattuto con noi questo giorno di San Crispino!”

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Protetto: UNA PROPOSTA PER GLI AMMINISTRATORI DI OGNI ORDINE E GRADO DELLE REGIONI DI ABRUZZO, CALABRIA, LUCANIA, MOLISE, PIGLIA E SICILIA

Posted on 17 maggio 2015 by admin

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MË TURPET NËNG BËTH MËNGU NJË GAMBITË

Posted on 15 marzo 2015 by admin

GambitaNAPOLI (di Atanasio Pizzi) – L’artificio creato per favorire il displuvio, la regimentazione delle acque sia naturali, sia  meteoriche, con il fine di stabilizzare il territorio e dargli vita, in arbëreshë è chiamata Gambitë.

Il presidio si realizza mediante lo scavo di superficie, ad andamento lineare in lieve declivio, con il solo ausilio di una zappa, nel caso di emergenza si può utilizzare anche una pala, sempre muniti di un grande rispetto verso il territorio su cui si svolgono le proprie attività e la vita.

Il fine che perseguono le persone ragionevolmente sane sono la vivibilità di un territorio nel pieno rispetto della natura, che è poi una parte di noi stessi, per questo motivo convogliare le acque tendenti a ristagnare o concentrarsi su terreni consente di eliminare ogni espediente che potrebbe minare l’equilibrio idrogeologico  e quindi destabilizzare l’economia e i presupposti della migliore vivibilità.

Gambita è un artificio semplice che tutti i popoli adottano per preservare o risolvere endemiche instabilità naturali, quando la genialità dell’uomo dovesse superare i dati e i numeri forniti dai satelliti, adoperarsi persino per irrigare è la conseguenza più logica, ma visto il grado di flessibilità  degli addetti ai lavori in questo caso sarebbe pura utopia.

In un antico manuale in terra di lavoro è riportato che prima della semina e dopo i raccolti si ottimizzavano l’efficienza dei canali di taglio delle acque, (Gambitë), per evitare che la stabilità dei poderi adibiti a semina potessero venire compromessi assieme ai  raccolti.

Tutte le volte che questi adempimenti stagionali non erano eseguiti, per questo affidati al caso, si innescavano  processi che  compromettevano il raccolto e poi per vergogna venivano attribuiti alla volontà di Dio che li realizzava attraverso i fenomeni di faglia.

A tal proposito volevo informare il grande professorone venuto dalla toscana a seminar paure e raccontar di astronavi,  che un arbëreshë già nel 1700 mise in riga un uomo d’Arno, che recatosi a Napoli guardava tutti dall’alto,  immaginando di essere il migliore a raccontar di cultura, ma dopo pochi giorni si dovette ricredere e cedere il passo a Pasquale Baffi Arbëreshë di Santa Sofia d’Epiro (CS).

Questo piccolo “lume a olio tinto” in tempi moderni ripete l’esperienza e viene in arberia immaginando di dare lezioni di equilibri territoriali e di manutenzione idrica, personalmente gli consiglierei di studiare la storia del meridione e informarsi degli uomini dotti d’arberia, che fecero brillare la genialità del meridione, come l’ingegner Luigi Giura da Maschito in provincia di Potenza.

La capacità di questo grande ingegnere arbëreshë, vissuto nel XIX secolo, consisteva nel fatto che, pur privo di dati satellitari, conoscendo il territorio del regno delle due Sicilie in maniera seria e compiuta, “trovava sempre” una soluzione ai gravi dissesti e dove era indispensabile realizzare economia; nella sua vita  non deluse mai nessuno,  persino quando venne chiamato per dare soluzione al canale del Fucino, dove  i romani avevano fallito per secoli.

Il patimento irresponsabile cui sono sottoposti i borghi albanofoni per la mancata capacità di lettura dei lumidi, è una vergogna senza eguali, cui i politici e la magistratura hanno il dovere di porre fine.

Cari Sindaci della macroare di faglia, ritengo che sia giunta l’ora di far valere i vostri diritti, per una giusta dignità di sopravivenza territoriale,  posta in ginocchio irresponsabilmente, bloccando così il volano economico e i relativi indotti direttamente connessi.

Voi che vivete gli ambiti e non potete fare a meno delle direttrici di comunicazione, perché vi fate umiliare e trattare in maniera così irriverente, con sorrisi di compiacimento, come potete sopportare che vi siano propinate nozioni o ascoltare luminidi poco propositivi che invece di fornirvi soluzioni, dopo dieci anni, parlano di numeri e di una città che ironia della sorte nonostante sia collocata nella faglia più pericolosa che si conosce, produce più economia di tutto l’indotto italiano e costruisce strade su strade.

È spontaneo chiedersi se i luminari di faglia nelle scuole dell’obbligo hanno studiato la storia dei romani, anche se i popoli che potrebbero correre in loro aiuto sono tanti, ma viste lo capacità intellettive penso che non sia il caso di appesantire i loro traguardi culturali, quindi la storia dei romani ritengo che possa bastare anche perché è facile consultarla in versione illustrata.

Volendo essere più a contatto con la realtà di quest’ultimo decennio volevo sottolineare che l’Italia intera è stata sondata, sezionata, trivellata, livellata, iniettata e martoriata con Strade, Autostrade, Ferrovie, Varianti di Valico, Alta Velocità, carichi radioattivi su faglia, la Nuova Salerno Reggio Calabria e persino il Lagonegrese, nocciolo duro della geologia italiana è stato attraversato senza nulla patire dal nuovo corridoio E45, per rimanere in ambito locale è stata persino riconfigurata la mitica galleria di Tarsia, l’antica città di Caprasia, lo stesso luogo che negli anni sessanta fu teatro di grandi disfatte ingegneristiche e che alla fine venne ritenuta come un miracolo, per le opere  realizzate a quel tempo.

L’arberia; come può far passare il messaggio che Il Kastriota abbia chiesto: “Ai regnanti  Aragonesi e Angioini asilo perché italiani ospitali(?)”; gli Angioini erano Francesi; gli Aragona o Aragonesi erano Spagnoli,  entrambi dominatori del sud, di un’Italia ancora non unificata.

Va in oltre sottolineato, che il Kastriota non ha potuto chiedere ospitalità in provincia di Cosenza per i suoi sudditi, giacché, nei primi decenni del XVI secolo data di arrivo di quegli esuli il condottiero era stato trucidato da almeno cinquant’anni e i suoi resti disseminati per il territorio Albanese.

Non voglio andare oltre, ma a questo punto vorrei suggerire agli amministratori diligenti,  che la prossima volta che i lumidi si recano negli ambiti d’arberia , fornitegli  le dotazioni di norma per utilizzare una zappa o una pala, altro non penso gli si possa dare, perché immaginare che sappiano utilizzare anche un piccone mi pare troppo; fondamentali saranno comunque le coordinate satellitari che loro dicono di possedere,  così  saranno in grado di realizzeranno la Gambita e almeno questa volta faranno una cosa giusta e non e non più tante sbagliate.

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CAVALLERIZZO ULTIMO ATTO

Posted on 05 marzo 2015 by admin

CAVALLERIZZO ULTIMO ATTONAPOLI (di Atanasio Pizzi) – Quando si affronta il tema delle minoranze, ci si riferisce normalmente, anche alla luce dell’evoluzione storica a gruppi che s’identificano per peculiari legami etnici, linguistici o religiosi, con ciò differenziandosi dal resto della collettività del Paese, e che, secondo la nota definizione di Capotorti, “un sentimento di solidarietà, tendente a preservare la cultura, le tradizioni, la religione e la lingua proprie”.

La tutela dei diritti delle minoranze è uno degli aspetti più espressivi e prioritari della tutela dei diritti fondamentali che presuppone la consapevolezza dell’importanza che assume la difesa delle identità e delle diversità per la costruzione di società democratiche e pluraliste.

Una società che si vuole pluralista e genuinamente democratica deve non solo rispettare l’identità etnica, culturale, linguistica e religiosa di ogni persona appartenente a una minoranza nazionale, ma anche creare condizioni appropriate che le consentano di esprimere, di preservare e di sviluppare questa identità.

La tutela delle minoranze presuppone qualcosa di più della sola non discriminazione perché implica l’adozione di misure speciali a favore per la conservazione della loro particolarità, richiede cioè forme di discriminazione positiva.

“Illuminato” da queste premesse il pensiero va al piccolo agglomerato urbano di Cavallerizzo, in cui la consuetudine, tipica della minoranza arbëreshë attende di essere ripristinata dal 7 marzo del 2005 a seguito dell’evento franoso.

L’aver tradotto in ambito di emergenza le caratteristiche sociali, urbanistiche e architettoniche riversate a Pianette, ha di fatto creato un divario con l’antico centro abitato che non trova punti di coesione, in oltre, il non  aver messo a dimora i servizi ha reso il nuovo rione povero sotto l’aspetto aggregativo .

Gli stessi servizi che con poca spesa si possono ripristinare nel presidio antico e i simboli a esso riferibile,  allo stato, correggere quanto edificato a Pianette farebbero solamente lievitare ulteriormente i costi di quelle scelte emergenziali che hanno risposto all’esigenza dell’abitare.

Rimane, un paese dismesso che conserva nei suoi “rioni integri”,  le caratteristiche storiche materiali e immateriali che nel nuovo agglomerato non sono state  riversare, in oltre l’ambito di frana, nonostante le diffuse teorie secondo cui la cattiva gestione del territorio fu il motivo scatenante del suo innesco, attende da dieci anni gli adempimenti minimi di sicurezza.

A questo punto è lecito affidare al nuovo sito il ruolo dell’integrazione con moderne abitazioni che dal 2012 fanno parte della storia di Cavallerizzo, mentre nel rione denominato Nxerta, ripristinati lo stato dei luoghi ante 1950 e l’arteria viaria, consentiranno di riattivare l’antico modello diffuso dei rioni storici, Katundì, Moticèlleth, Sheshi, Brègù, in cui il palinsesto architettonico arbëreshë combatte tenacemente contro l’abbandono.

Nei fatti affideremmo il senso del rione a Pianette con abitazioni moderne che rispondono alle esigenze dei costumi moderni, mentre, servizi di controllo, edifici di culto e abitazioni riferibili al vecchio modello minoritario nel borgo antico; una convivenza possibile diviene espressione moderna di eventi e vicissitudini che hanno da sempre caratterizzato la storia di quel sito.

Solo in questo modo si potrà scrivere una pagina moderna che abbia senso con l’antica consuetudine dei minoritari e nello stesso tempo fornire un nuovo frammento di coesione sociale della macroarea in linea con le vicende d’integrazione che hanno caratterizzato da secoli la regione storica arbëreshë.

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MANIFESTO: L’ARCHITETTURA IN 10 PUNTI

Posted on 21 gennaio 2015 by admin

Manifesto 

CASERTA  –  15 gennaio 2015

 (Ordine degli Architetti PPC della Provincia di Caserta)

MANIFESTO

********************

L’ARCHITETTO, padrone della tecnica e fautore della bellezza, deve recuperare il suo ruolo sociale di operatore culturale, intuendo le trasformazioni del suo tempo. Quale regista del processo creativo e costruttivo, è responsabile dell’interpretazione e della risposta alle esigenze, materiali e immateriali, della contemporaneità. È responsabile della qualità del suo lavoro e delle ripercussioni dello stesso sulla collettività, qualunque sia la scala progettuale e l’ambito di intervento.

L’architetto non è un lusso evitabile.

IL PROGETTO architettonico è il procedimento logico-scientifico teso all’individuazione di forme, organizzazioni e azioni finalizzate alla creazione degli spazi e degli oggetti per le attività umane. È tra le più alte espressioni della complessità intellettiva dell’uomo per l’uomo.

Esso risponde a necessità più o meno esplicite della committenza, ma, tale risposta, valida hic et nunc, non può prescindere da fattori ambientali né essere avulsa dal locus.

Il processo progettuale appartiene, soprattutto, alla sfera creativa, nella quale fantasia, sentimento, necessità e tecnica si fondono in elaborazioni grafico-descrittive. È pertanto il risultato di una serie di esigenze, contingenti e intellettuali.

L’architettura si impone nella vita dell’uomo condizionandola. In tal senso, il progetto non sfugga al senso civico e non si allontani dall’idea che una buona architettura influenzi la società. Lacoerenza è il suo risultato vincente.

L’ETICA nella professione dell’architetto raccoglie i doveri e gli obblighi indirizzati al perseguimento di obiettivi collettivi, espletati attraverso la validità e la lealtà del proprio operato.

La qualità e il merito, non i fatturati, diventino, pertanto, i fattori discriminanti per tutti i progetti e le gare pubbliche; il concorso ne regoli l’accesso.

Anche quando il problema è la sopravvivenza, il comportamento etico è una necessità sociale imprescindibile.

L’ESTETICA è obiettivo primario dell’architetto che deve produrre e diffondere la cultura del bello – il bello come luce del vero – sfatando l’idea che essa sia superflua e costosa.

L’estetica deriva dalla modulazione della luce, che disegna lo spazio e lo riempie di significato, dal giusto equilibrio delle parti e dei rapporti tra pieni e vuoti, dalla sua immanenza materiale, dalle condizioni di vita assicurate ai fruitori, dall’immediata riconoscibilità della sua identità.

La sconfitta della bellezza è la sconfitta dell’architettura. La sua immagine corrotta e declinata in sistemi dom-ino, assunti come facile preda del veloce costruire, dichiara il fallimento di un tema cardine del linguaggio moderno, determinando la decadenza del gusto estetico e l’assenza dell’architetto.

Occorre, pertanto, trasformare l’architettura dequalificata, tramutarla nel bello, enfatizzando gli elementi che la compongono e facendo in modo che una metamorfosi rispettosa si impadronisca dell’edilizia.

L’intento è restituire agli elementi primari il loro decoro, sottolineando il concetto che, proprio nella loro semplicità, si cela la reale bellezza in verità e qualità.

La bellezza non sia soltanto un valore per chi la crea, ma, soprattutto, per chi la vive.

LA PREESISTENZA è l’insieme di elementi appartenenti a epoche diverse che, per determinati motivi naturali e non, connotano il paesaggio, formando lo spazio. La loro specificità, il valore e l’immanenza universale innescano il mutuo dialogo tra le parti.

Compresa la sostanza di tale complessità, la preesistenza diventi, nel progetto, il piano d’appoggio da cui partire e distaccarsi, attraverso un lessico contemporaneo, che non sia imitazione, ma che si orienti verso la prosecuzione di una continuità spaziale e formale.

Affinché questo sia univocamente richiesto dalla committenza e proposto dagli architetti, si educhi a ciò che è stato sedimentato nella memoria collettiva, al suo rispetto e ai nuovi lessici: vale a dire all’architettura.

IL PAESAGGIO assolve una funzione strategica vitale: è fonte di risorse, è produttività, è casa e habitat per l’uomo. L’uso dissennato del territorio induce a una nuova consapevolezza.

Che si faccia riferimento a un paesaggio immateriale, di tipo percettivo-sensoriale, o a un paesaggio reale, dai caratteri fisico-ambientali, è indubbio che esso sia materia viva, ha propri ritmi ed equilibri che influenzano la qualità della vita dei luoghi e che sono influenzati dall’interazione umana.

L’architetto deve considerare discipline plurali per poter leggere le caratteristiche dei molteplici paesaggi e intervenire, contemperando le necessità di trasformazione con quelle di tutela.

Tale acquisizione, affiancata da una valida programmazione territoriale, sia la base dell’intervento progettuale, rivolto alla ricerca dell’equilibrio armonico tra uomo e natura.

LA CITTÀ è un organismo pulsante costituito da relazioni, flussi ed entropie: una realtà mobile, in continuo divenire. Essa si deforma e si conforma, propagandosi sotto la spinta vitale di informazioni, di relazioni e di interconnessioni che si instaurano al suo interno e si espandono all’esterno.

Tessuto materiale della realtà immateriale, la città si trasforma e si adatta ai modi di vivere e fruire lo spazio e ne induce di nuovi. Tali trasformazioni agiscono sull’idea di città, intesa come entità individuale, favorendo la fusione tra realtà un tempo separate e lontane, e tendendo alla formazione di entità urbane policentriche e multiculturali.

L’architetto è chiamato a esplicitarne l’essenza, recuperando ciò che è stato cancellato e ricercando nuove forme che assecondino e accolgano le sempre mutevoli esigenze di spazio e di relazioni.

Smetta l’architettura di esibire esclusivamente se stessa! La sua bellezza, slegata dal contesto, è una manifestazione vacua, estranea o, addirittura, ostile.

LA SOSTENIBILITÀ – abuso verbale degli ultimi anni – nasce dall’esigenza di garantire alle generazioni future gli stessi diritti di quelle attuali, presentandosi come fenomeno globale e in tal senso va indagata, analizzata e poi assimilata.

Ogni comunità ha una sua storia, una sua evoluzione culturale che nel tempo si è espressa anche attraverso le architetture dei luoghi. L’architettura non può rientrare nella logica degli standard internazionali, trasformando gli edifici in prodotti dell’immagine, creando città derubate e denudate della propria identità.

Le conseguenze dell’attività edilizia richiedono un adeguamento del modello produttivo e l’adozione di strategie che tengano conto di un uso consapevole di risorse, tecniche, riciclo e riuso dei materiali.

In tale accezione, l’architettura accolga la sfida dei mutamenti in atto, senza dimenticare di preservare la continuità e servendosi delle tecnologie come mezzo e non come fine della ricerca

architettonica.

LA MULTICULTURALITÀ è dialogo tra forme, linguaggi, luoghi, funzioni e si sviluppa nella capacità della città di gestire sia le relazioni primarie sia le relazioni transitorie.

L’architetto, pertanto, è chiamato a riflettere sui contenuti sociali e collettivi della propria cultura, considerando anche le espressioni eteroctone. È questa la risposta per far coincidere l’architettura con la realtà dei luoghi e permettere la creazione di nuovi strumenti espressivi e modalità di ragionamento, che vedano l’uomo e non solo le forme, al centro dello spazio urbano: luogo concavo di confronto e incontro.

La programmazione e la progettazione urbana puntino a un’organizzazione armonica degli spazi e delle persone che li vivono, e considerino la diversità una delle risorse più grandi da cui attingere per favorire l’evoluzione e la crescita multiculturale.

LA CONTEMPORANEITÀ è compresenza nello stesso tempo e nello stesso luogo di elementi e realtà diverse.

In un’epoca in cui l’architettura ha perso il suo carattere di firmitas temporale, per diventare un bene di consumo suscettibile al continuo cambiamento, la contemporaneità esprime più che mai

la sua natura instabile e magmatica. Il recupero del duplice ruolo dell’architettura, intesa come espressione del suo tempo e luogo costruito per resistere nel futuro, diventa il fine dell’architetto e della collettività.

Colmando la tradizionale distanza che esiste tra ricerca architettonica e costruzione reale del paesaggio, l’architetto si riappropri della sua responsabilità di autore contemporaneo e ritrovi il rigore teorico.

 ***********

A cura della Commissione Cultura : Elviro Di Meo (presidente), Umberto Panarella (consigliere referente), Giancarlo Pignataro (consigliere referente), Chiara Affabile, Paolo De Michele, Tiziana Leda Denza, Aldo Giacchetto, Francesca Sabina Golia, Mascia Palmiero,Alfredo Panarella, Gabriella Rendina, Rita Vatiero.

Con il contributo di: Camillo Botticini, Mario Cucinella, Riccardo Dalisi, Vittorio Gregotti, Andreas Kipar, Luca Molinari, Massimo Pica Ciamarra, Alessio Princic, Franco Purini, Luca Scacchetti.

Rossella Bicco, Annamaria Bitetti, Maria Carmela Caiola, Massimo Carfora Lettieri,Commissione Eventi e Manifestazioni, Commissione Paesaggio e Commissione Restauro, O.A.P.P.C. della Provincia di Caserta, Raffaele Cutillo, Adele D’Angelo, Bartolomeo D’Angelo, Claudia de Biase, Giuseppe Di Caterino, Gianluca Ferriero, Maria Gelvi, Giuseppe Iodice, Antonietta Manco, Gaspare Oliva, Ernesto Panaro, Salvatore Perfetto, Vega Raffone, Andrea Santacroce, Bruno Saviani,Beniamino Servino, Concetta Tavoletta, Davide Vargas.

CONSIGLIO DELL’ORDINE DEGLI ARCHITETTI PPC DELLA PROVINCIA DI CASERTA

Domenico de Cristofaro (presidente), Salvatore Freda (vicepresidente), Carlo Cardone (segretario), Giuseppe Martinelli (tesoriere), Mario Belardo, Carlo Benedetto Cirelli, Raffaele Di Bona, Tommaso Garofalo, Antonio Iuliano, Antonio Maio,Umberto Panarella, Valentina Pellino, Giancarlo Pignataro, Bruno Saviani, Giuseppe Sorvillo.

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Protetto: LA CULTURA DELL’ARCHITETTURA

Posted on 05 dicembre 2014 by admin

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Protetto: RELAZIONE ESPOSITIVA AL CONVEGNO INTERNAZIONALE SULLA DOCUMENTAZIONE, CONSERVAZIONE E RECUPERO DEL PATRIMONIO ARCHITETTONICO E SULLA TUTELA PAESAGGISTICA

Posted on 12 novembre 2014 by admin

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