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TORNANO NEI KATUNDË SENZA ARTE MA ARMATI CON LO SCUDO DI LODE OLIVETARA (Viceù Karusjtë thoj: janë profesùra mosë ju chias se bëgnènë dëme)

Posted on 22 giugno 2024 by admin

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NAPOLI (di Atanasio Pizzi Architetto Basile) – La diplomatica che delinea questo trattato di storia è il risultato di oltre un quarantennio di ricerca, eseguita con confronti e approfondimenti documentali, interpretati dal genio di numerose figure dipartimenti partenopee, oltre lo studio in Geographic Information System (G.I.S.), attraverso il quale è stato possibile produrre e proporre contenuti responsabili e certi, dei trascorsi Arbëreşë, dai tempi del regno di Napoli sino ad oggi, Meridione Italiano.

Se a questo sommiamo il saper interpretare le cose vernacolari dell’idioma, il genio locale e le nozioni ereditate dalle eccellenze locali più illustri e trainanti, sia nel loco natio che nella capitale del regno, la genuinità dei contenuti non può essere che eccellenza.

L’intento qui perseguito, senza soluzione di continuità, quindi, mira a fornire agio e solidi principi, per quanti devono esercitare il ruolo o essere funzionari della salvaguardia, le cose e i contenuti, materiali ed immateriali, dei luoghi che le figure su citate, hanno esposto per i principi di salvaguardia, promozione e tutela, delle radici incuneate nel terreno più fruttifero della storia locale.

L’auspicio quindi, mira ad innalzare l’operato dei compiti a disposizioni delle istituzioni tutte, ogni volta che dovranno adoperarsi a divulgare o promuovere cultura e cose del passato, in tutto un solido impegno diffuso, al fine di segnare ogni cosa, soprattutto nei tempi di maggior disagio, come quelli che stiamo vi­vendo da un secolo e, nel quale prevale la crisi di valori fondamentali, gli stessi che hanno intaccato l’operato di molti addetti, convinti di dover vivere un disagio storico disarmante senza alcuna nozione che possa recuperare interamente quanto già compromesso diffusamente.

Questa diplomatica, affiancata ad altre iniziati­ve “Socio-Culturali-Agili”, hanno tutte consentito di produrre atti sufficienti per la stampa di cinque volumi i cui contenuti sono qui ripostati: il primo; sulle vicende che definirono l’esodo nelle terre parallele del meridione Italiano; il secondo, riferito alle figure emblematiche che salvaguardarono il genio locale e articolarono la cultura e le credenze; il terzo, sui tipici sistemi urbani dei centri storici, facente parte la regione storica diffusa sostenuta in Arbëreşë; il quarto, riferito al costume tipico e del valore di sostenibilità morale della minoranza, il percorso tra casa e chiesa; il quinto, la trattazione e l’uso del canto affiancato in età moderna dalla musica secondo i temi di metrica per conservare l’originario idioma.

Il tutto cer­tamente consentirà la diffusione a tutti i nuovi e antichi parlati e, soprattutto ai giovani inesperti o acerbi cultori, senza alcuna formazione plausibile, o meglio senza titoli di maturità, in specie di tutti i generici, subito rincasati dopo essere stati coronati, di comuni strumenti con lode, mai validato con le cose antiche della storia di radice esclusivamente Arbëreşë.

Questi in particolare i più determinanti alla perdita di ogni valore antico atto a comprendere meglio e di più, le motivazioni che hanno determinato lo stato della realtà fortemente penalizzante barcolla od oggi in ogni evento prodotto.

I cinque temi citati, sono stati soprattutto realizzati con – l’auspicio, il coraggio e la volontà – di porre in essere una diversa mentalità, oltre un più fattivo modo di interagire con le multiformi dinamiche dei tempi nuovi, che non certo collimano con le cose del passato, garantendo futuri solidali di una identità parallela che ormai si va estinguendo in nome non degli arbereshe, ma della moderna Albania balcanica (?).

È convinzione che questo lavoro sminuisca l’inquietudine, lo smarrimento e le dif­ficoltà di ogni genere che si autoelegge o viene eletto in attività di oggi, o del passato breve e secolare, addebitando, a tutti i livelli istituzionali, senza alcu­na remora, la cattiva conduzione dei privilegiati, i quali privi di ogni sorta di substrato culturale adeguato, considerano la funzione pubblica, qualsiasi essa sia (politica, amministrativa, scolastica, ecc.), come uno strumento di potere e non di servizio.

Questo ha fatto sì che una nuova epoca nascesse per condurre a superare le difficolta di questo cuneo anomalo, geometricamente piatto, seminando per questo, nostro mal grado, raccolti che non possono alimentare le cose della nostra esistenza, asservendola ad interessi personalistici e spesso giunge ad utilizzare il po­sto di responsabilità per tessendo oscure e adombranti tele, il cui messaggio finale non conduce a nobili principi di fratellanza leale.

In queste contingenze, la conoscenza della storia locale potrebbe apparire un insi­gnificante artificio o vano esercizio al modello di iunctura locale, non potendo rappresentare la soluzione dei grandi temi che interessano e coinvolgono la resilienza posta in esame.

Tuttavia, premesso che tale soluzione è una questione di ricambio generazionale, nella speranza che quelli che verranno, saranno migliori di noi, a ben considerare, il contesto in cui la storia locale è inserita, costituisce uno strumento insostituibile per la presa di coscienza di taluni risvolti dei tempi prossimi e lontani che siano; l’importante è adesso, per questo serve segnare­ un percorso ben determinato a cui si dovranno organizzare i Katundë gli şeşi e i due governi locali: ovvero quello delle Donne la Gjitonia e quello degli Uomini Kuşetë.

Una presa di coscienza che, mira ad abiurare all’uso delle più nobili facoltà umane, per fare un primo passo per interagire con le contingenze attuali e, non fre­nare ulteriori riflessioni sul passato per confrontarlo col presente con mono temi o riflessioni che co­stituiscono un valido mezzo per “leggere e comprendere” le complesse dinamiche odier­ne riversate, come si fa con l’aceto quando, la speranza, è l’unica arma per far diventare buon vino l’aceto corrente.

Sono proprio le cose minime che ci permettono di comprendere meglio ogni cosa della nostra storia locale che unisce la regione storica, perché più vicine al nostro animo e al nostro quotidiano, laddove le vaste conflittualità internazionali tendono a sacrificare ciò che è ritenuto marginale.

La ricerca dei fatti, per quanto di portata limitata, che hanno interessato un qualsiasi Katundë, costituisce un mezzo formidabile per avvicinarsi alla verità, laddove i documenti ufficiali, proprio in quanto tali, testimoniano per lo più solo ciò che l’ufficialità deve dire proporre o dimostrare in favore dei poteri forti.

Per questo diventa fondamentale “tradurre per capire” le cose necessarie, oggi più che mai, dal mo­mento che gli artifici dei messaggi politici sono intesi solo ad assicurare il consen­so ma non a risolvere i problemi che un certo tipo di politica ha causato nello svolgersi delle cose.

Siamo coscienti che in questi ambiti e in queste contingenze ci vuole coraggio nel proporre di seguire la strada della conoscenza e della coscienza, anche individua­le, e a proporre di lasciare uno spazio per “pensare con solare mira”.

Tutto questo è necessario farlo, af­finché la via prescelta nella qualità di operatori culturali non sia stata percorsa in­vano.

Ecco allora una “proposta” di lettura di alcuni “temi fondamentali” della regione storica diffusa sostenuta in Arbëreşë, che si possono identicamente riversare in ogni Katundë.

Storia di estremo interesse che affonda le sue radici nei tempi della magna Grecia, poi dei Romani, i Longobardi, i Bizantini, i Cistercensi sino alle vicende che dal 1473 iniziarono sollecitare la diaspora balcanica, quando tramite vari insediamenti agricoli costoro occuparono il territorio ispirati dagli abbracci posti ad ovest del fiume adriatico, sino dove riposa lo Jonio; se ne ha traccia nei pochi cocci che ancora si possono rilevare nella modeste Kallive prime, inglobate nel costruito del palazzi nobiliari ottocenteschi.

La cultura agricola e pastorale venne rivitalizzata dai “mo­naci” greci i quali, sulle basi della solidarietà religiosa di  Llighjia, interagendo con l’ambiente naturale, rifondando la nuova civiltà nate lungo i “lavinai” le quali, unite attorno all’edicola religiosa prima, costituirono il nucleo dove il “Genius loci ” diede i frutti che ancora oggi sono rinvenibili. Civiltà che poi si risolse nella dismissione di ogni senso di unità per sfociare in un duro contrasto tra nobiltà e Signoria civile e religiosa.

Superati an­che i dissidi, in tale occasione venne ridotto il rito Ortodosso in favore del Latino e, nel Set­tecento visto la deriva di credenza in atto, si avviò un loco di formazione clericale moderata Bizantina, della società Arbëreşë controllata sempre dai clerici Latini di locale pertinenza una ricchezza che nell’Ottocento inoltrato finì col soggiacere alle diverse dinamiche socioeconomi­che della nuova borghesia dell’Italia unita.

Il substrato religio­so eredità di numerosi luoghi di culto rappresentò sempre un elemento trainante di alcune macro aree della Regione storica.

Terminando con la determinazione due opposte fazioni di rito latino e greco bizantino, determinando anche contingenze e vantaggio di una sempre più stretta cerchia di famiglie, il cui potere si espresse nelle forme consuete di dominio dei Katundë.

Tali aspetti della storia dei centri storici, sono stati ricostruiti dagli autori ricorrendo alle indispensabili ricerche o indagini sul territorio.

Esse rappresentano le basi per ulteriori studi che, tramite saggi monografici, potrebbero contribuire a meglio conoscerne le dinamiche storiche anche dal punto di vista della credenza locale delle diverse macro aree.

Perciò, nella coscienza va considerato un punto di partenza segnato con un edito in tale direzione che deve servire a far emergere nuove domande, e nell’auspicio che anche questo sarà da stimolo a pochi o a molti per farli riflettere sulle proprie radici locali, residenti o emigrati, ma soprattutto ai giovani, affinché, tramite una maggiore presa di coscienza, li aiuti a meglio intera­gire coi tempi nuovi in prospettiva e per costruire un futuro sostenibile con la solida radice Arbëreşë.

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